Giorgio Collevecchio, il mare che non dimentica
Una vita tra onde e palloni, tra radici che non si spezzano e ricordi che sanno di salmastro.
di Daniele Vallonchini e Lorenzo Mazzocchetti
C'è un catalogo invisibile delle cose che il tempo porta via, e Giorgio Collevecchio, settantasette primavere portate come una bandiera al vento, ne conosce ogni pagina.
Si racconta con saggia semplicità e con quella particolare ironia che hanno solo coloro che hanno visto il mondo cambiare senza mai perderne il senso.
"Eravamo tre fratelli", dice, e già in questa frase c'è tutto il peso dolce della memoria. "Franco giocava a calcio come un poeta gioca con le parole, ma smise per aiutare in famiglia. Luigi lasciò la scuola in quinta elementare, perché allora si cresceva in fretta e la vita non aspettava. Mio padre era un uomo di mare e mia madre vendeva il pesce raccogliendo le ordinazioni in giro per il paese. Era una donna che sapeva far parlare i soldi prima ancora che esistessero i commercialisti."
Si illumina quando parla di Luigi, il marinaio, quello che portava l'allegria ovunque andasse.
"Era eccezionale," e qui la voce si fa morbida come sabbia bagnata. "Dove stava lui c'era sempre festa. E cucinava il pesce come se dovesse convincere il mare a restare per sempre nei piatti."
Luigi è mancato un anno e mezzo fa. Giorgio fa una lunga pausa, come se il tempo avesse bisogno di respirare.
La lezione dei delfini
"Avevo dodici anni quando ho capito cos'è davvero il mare." Negli occhi gli si accende quella luce che hanno i bambini quando scoprono un segreto. "Remavo usando solo la forza delle braccia, senza motore, e sentivo il rumore del pesce che entrava nelle reti. Era come un'orchestra che suonava solo per me."
Poi Giorgio racconta l'episodio dei delfini, sorridendo con benevolenza dall'alto dei suoi anni di esperienza maturata in mare.
"Eravamo al largo con mio fratello quando, a un metro da me, saltarono due delfini. Io mi spaventai tantissimo, come un turista inesperto. Mio fratello Luigi mi disse ridendo: 'Dai, tira su le reti, non avere paura!' I delfini ci stavano semplicemente salutando, ma io ancora non lo sapevo."
Era un'epoca in cui la generosità non era un optional.
"Quando tornavano dal mare, mio padre e mio fratello regalavano il pesce alla gente bisognosa. Oggi un marinaio non fa più così. L'evoluzione tecnologica ha migliorato tutto, tranne i valori umani. Quelli li ha un po' arrugginiti."
L'ingegnere e il contadino
La vita di Giorgio è un romanzo picaresco scritto tra le onde e l'asfalto. Da giovane lavorò alla realizzazione dell'autostrada. Raccontando di quel periodo ci regala una perla di saggezza popolare che Flaiano avrebbe annotato sul suo taccuino.
"Dovevamo picchettare vicino a una casa di campagna per fare spazio all'autostrada, ma l'ingegnere decise di spostare il tracciato di cento metri. La sera stessa, il contadino proprietario della casa venne al cantiere a parlare con noi operai: 'Posso chiedervi una cosa? Per favore, non fate passare la strada proprio lì dove c'è la mia casa.'"
Giorgio tace per un attimo, come fa di solito chi sta per raccontare qualcosa di importante.
"Io lo rassicurai dicendogli che avrei spostato il tracciato di cento metri, senza toccare nulla. Il giorno dopo, per ringraziarmi, tornò con un prosciutto e una pizza di cacio in regalo. Era presente anche l'ingegnere che, sul momento, fece buon viso a cattivo gioco."
Ma qui arriva il colpo di scena, quello che trasforma un aneddoto in una lezione di vita.
"Una volta andato via il contadino, l'ingegnere mi chiamò in disparte: 'Ho capito cosa hai fatto. Vai a casa di quel contadino e restituisci il regalo. Ringrazialo, ma digli che non possiamo accettarlo. La prossima volta che fai una cosa del genere, sei fuori per sempre.'"
Il sorriso di Giorgio si fa pensieroso.
"Mi diede una grande lezione di vita. Quel prosciutto sapeva di riconoscenza, ma anche di inganni e compromessi pericolosi. L'ingegnere mi insegnò che la correttezza non è un lusso, ma l'unica strada per dormire sonni tranquilli."
Giorgio sorride, con quella malizia bonaria di chi ha capito che la vita è spesso più semplice di quanto la complichiamo.
"Il contadino, pur non avendo studiato, sapeva come andava il mondo. Il prosciutto era il suo modo di dire: 'facciamo così e tutti contenti'."
Gli occhi neri e la Fiat
Il trasferimento a Torino per lavorare alla FIAT diventa, nel racconto di Giorgio, una commedia degli equivoci degna di Totò.
"Le donne venivano da me mentre lavoravano e mi parlavano. Io non facevo niente di male, rispettavo sempre i principi del buon lavoratore. Dopo tre giorni il capo mi disse: 'Tu devi cambiare reparto perché non devi disturbare le donne.' Ma io non disturbavo nessuno!"
L'occhio destro fa l'occhiolino.
"È che loro si avvicinavano perché, diciamo, avevo degli occhi neri e profondi che alle donne piacevano. Che colpa ne avevo io se ero un metro e novanta di autentico maschio mediterraneo?"
Fu allora che arrivò la proposta di Vittorio Fossataro: tornare a Roseto per giocare nella squadra locale.
"Vittorio mi disse: 'Giorgio, abbiamo bisogno di te, stiamo allestendo una squadra di giovani rosetani.' Era come se mi avesse chiesto di tornare a casa. E io casa l'ho sempre amata più di qualsiasi contratto di lavoro."
L'episodio che costò una carriera
La carriera calcistica di Giorgio finì con un episodio che ha il sapore tragicomico delle migliori pagine di Guareschi.
"Giocavo in porta e un certo Papponetti, l'arbitro della partita, diede un rigore contro di noi un metro e mezzo fuori dall'area. Un metro e mezzo! Era come dichiarare che la terra è piatta. Andai da lui e lo colpii al volto per fargli capire che stava sbagliando."
"Quante giornate di squalifica?"
"A vita."
Giorgio si ferma, e per un attimo sembra ancora incredulo.
"Non sono violento, ma in quel momento lui stava proprio esagerando. Era come se la giustizia non esistesse. Allora ho capito che il calcio non faceva per me, preferivo giocare con regole giuste e certe."
Il basket e i coltelli di Monopoli
"Allora mi sono messo a giocare a basket."
E qui la storia prende una piega avventurosa che nemmeno Salgari avrebbe osato immaginare. Giorgio arrivò fino alla Serie B Nazionale, seconda categoria italiana, con l'allenatore americano Ken Grant che sapeva sempre tirare fuori il meglio dai suoi giocatori.
"In una partita a Osimo eravamo sotto di venti punti. Durante l'intervallo l'allenatore disse: 'Qui o si difende come Collevecchio oppure torniamo a casa.' Recuperammo venti punti e vincemmo di venti. Fu come riuscire a far piovere nel deserto."
Ma è l'episodio di Caserta che rivela il Giorgio più autentico.
"L'allenatore aveva dimenticato di inserirmi nella lista dei convocati. Se ne accorse alla partenza per la trasferta e disse: 'O viene Collevecchio o me ne vado io.' In campo diedi l'anima e realizzai perfino i due tiri liberi decisivi. Vincemmo la partita e l'allenatore capì che in me c'era qualcosa di speciale."
Poi arriva il racconto che fa gelare il sangue: la partita a Monopoli.
"Eravamo avanti di parecchi punti quando qualcuno tirò fuori i coltelli e disse: 'Qui non si va avanti così, o si esce morti o vivi.' Era un invito a perdere la partita. E quelli erano coltelli veri, non di plastica."
Giorgio fissa il vuoto e il sorriso si fa amaro.
"Dovemmo perdere. Eravamo più forti, ma fummo minacciati. Al sud, in quegli anni, succedevano anche queste cose. In quell'occasione ho imparato che a volte perdere è l'unico modo per vincere la partita più importante, quella della vita."
Le radici che non si tagliano
Parlando del suo impegno per la città, Giorgio diventa filosofo senza accorgersene, ma con quella coerenza che solo chi ha le idee chiare sa mantenere.
"Sono sempre stato di sinistra e non ne ho mai fatto mistero. Lavoravo alla Monti Confezioni ed ero sempre in prima linea durante le manifestazioni sindacali. Poi ho lavorato al Comune di Roseto e volevo essere sempre io a salire sulla scala per potare i rami degli alberi."
Negli occhi la fierezza di chi sa che il lavoro ben fatto è una forma di rispetto.
"Lo facevo perché volevo essere sicuro che il lavoro fosse fatto a regola d'arte. Non era una questione di protagonismo, ma di coscienza e rispetto verso Roseto e i rosetani. In una circostanza ebbi addirittura una discussione con l'assessore di riferimento che voleva facessi quello che diceva lui. Gli risposi che io facevo quello che chiedeva il popolo!"
Giorgio batte il pugno sul tavolo, ma con la dolcezza di chi difende un principio e non un capriccio.
"Sono un uomo del popolo e lo sarò per sempre. Non è una bandiera da sventolare, è un modo di essere. Come le radici: non si dimenticano e non si tagliano."
E qui arriva la metafora più bella, quella che potrebbe stare in una poesia di Ungaretti.
"Se tagli le radici di una pianta, la pianta muore. Ma le radici di un uomo del popolo non si possono tagliare. Puoi anche tagliare l’albero alla base, ma le radici le porti sempre con te in una terra dove possono crescere di nuovo.”
Quando parla della famiglia, Giorgio si scioglie come neve al sole.
"La mia più grande fortuna è stata mia madre, che me le ha suonate anche quando avevo ormai diciassette anni. Anche quella è stata una grande lezione: chi ti ama davvero non ha paura di dartele se serve per il tuo bene. Vivo ancora nella casa dove sono nato e ho sposato una donna umile, ma con valori solidi. È ancora con me e mi è sempre rimasta fedele. Abbiamo due figlie stupende, Valentina e Silvia. Silvia, la più piccola, mi dice sempre: 'Tu hai una certa età, ma non preoccuparti, ti accudisco io.' Questa cosa mi inorgoglisce e mi commuove ogni volta."
Giorgio si concede una pausa contemplativa e tira fuori la saggezza di chi ha vissuto abbastanza per capire i segreti semplici della vita.
"Quando hai un albero che produce, ricordati che è sempre una gioia e una benedizione. Gesù vide che il fico era secco e disse che un albero che non produce più va tagliato. È bello quando produci sia per la famiglia che per gli altri."
Si ferma, e negli occhi gli passa l'ombra dolce di chi ha imparato il valore della pace.
"Io rispetto tutti. Anche se uno è cattivo lo lascio perdere perché la vittoria è nella pace. Quella pace che hai dentro e che trasmetti fuori, come il calore che esce dal pane appena sfornato."
Giorgio Collevecchio è la prova vivente che esistono uomini che attraversano quasi ottant'anni di vita rimanendo fedeli a se stessi.
Pescatore, operaio, sportivo, padre di famiglia e cittadino impegnato: in ogni ruolo ha mantenuto l'autenticità del rosetano verace.
La sua storia è quella di un'Italia che cambia, ma che conserva, in persone come lui, i valori essenziali della famiglia, del lavoro, della solidarietà e dell'amore per la propria terra.
Quando finisce di raccontare, si alza e guarda verso l'orizzonte.
Il mare è sempre lì, immutabile e paziente.
Giorgio sa bene che alcuni amori non finiscono mai, ma cambiano semplicemente forma.
Come le onde che diventano ricordi, come i ricordi che diventano saggezza.
"Le radici..." sussurra ancora una volta scrutando l'orizzonte, "...le radici non si tagliano mai."
E il mare, schiumeggiando, sembra dargli ragione.
